Terra iberica

 

Ebbene si alla fine l’ho fatto; scappato, fuggito, di nuovo in un’altra città da solo. No non ho abbandonato Roma definitivamente ma sono sgattaiolato via di notte come altre volte e sono partito per un po’ di giorni in una città per me nuova, Barcellona. Esperienza mai provata, l’essere solo in una città sconosciuta con una lingua che parlo a mala pena. Esaltante. Ho passato tre giorni a rivisitare una Spagna che ancora una volta si è mostrata diversa da quella che mi aspettavo, ho percorso per tutto il tempo ogni via principale e ogni viuzza che credevo interessante laddove i profumi, gli odori e i colori mi portavano, dalla parte gotica alle costruzioni di marzapane di Gaudì sedendomi ad un caffè di un barrio nascosto o di fronte a una piazza, entrando nella vita delle persone senza parteciparvi e guardare e osservare come da una distanza debita come da un obiettivo. Anni addietro quando ancora frequentavo l’università sarebbe stata una esperienza diversa, in fondo è stato come leggere “Alice nel paese delle meraviglie” da adulto, una consapevolezza più profonda e illuminante. Barcellona non mi ha colpito particolarmente non almeno quanto le città dell’Andalusia, i suoi colori sono mediterranei e il suo cielo è troppo simile al mio a quello che vivo adesso. In questo momento forse ho bisogno di più spazio, di un cielo più terso e sentieri opposti a quelli vissuti, beh mi toccherà vedere il nord della Spagna e mi sto organizzando con qualche piccolo ricordo come guida e il desiderio di vedere, sperimentare senza la paura del nuovo che sin da bambini ci insegnano e che di solito tiene la maggior parte di noi inchiodati dove siamo fino a quando una vocina non ci sposta e ci turba e da quel momento tutto è diverso.

"Il libro dell'inquietudine" F. Pessoa

"E io sono così, futile e sensibile, capace di impulsi violenti e coinvolgenti; buoni e cattivi; nobili e vili; ma mai di un sentimento che perduri, mai di una emozione che continui e penetri nella sostanza dell’anima.

Tutto in me tende ad essere poi un’altra cosa: una impazienza dell’anima verso se stessa, come verso un bambino inopportuno; una inquietudine sempre crescente e sempre uguale.

Tutto mi interessa e nulla mi prende.

Seguo tutto sognando sempre; fisso le minime contrazioni del viso di colui con cui parlo, colgo le intonazioni millimetriche del suo modo di dire; ma nell’udirlo, non lo ascolto, penso ad un’altra cosa,  e quello che meno ho colto della conversazione è stata la nozione di ciò che è stato detto, da parte mia o da parte di colui con  cui ho parlato."