Tentata palingenesi descrittiva

 

In attesa di rinsavire cerco un soggetto per le mie foto. Nulla, giro per la città, fotografo angoli nascosti ma senza romanticismo, mi perdo per sempre nella ricerca di qualcosa di interessante. La assoluta assenza di curiosità nella tragica mobilità del formiche-uomo che come le più minuscole formiche-bestie si incanalano in un flusso di massa che si muove come in un oleodotto, supponenti per una presupposta sorda individualità. Mi dirigo verso strade agonizzanti, dove il fine settimana e l'autunno hanno congiurato per allontanare ogni forma di vita, tutto il romanticismo dei cani da strada qui è stato ucciso senza pietà. L'untume della città, dello smog, dell'aria mefitica che aleggia intorno si deposita sui marciapiedi e ogni prospettiva fotografica risulta inutilmente vana, un coitus interructus dell'arte visiva, la banalità nel mirino fotografico. Non resta che scrivere e fotografare il nulla, gli angoli senza un preciso soggetto, addirittura senza posare il proprio occhio sul mirino , sparare alla cieca conoscendo solo la direzione ma non l'effetto. Evitare assolutamente soggetti umani, esseri diffidenti che si mettono stupidamente in posa, in cui ogni atto consapevole diventa vezzoso e carico di una idiozia catodico-televisiva. Bisogna forse anche liberarsi della prospettiva quattrocentesca che rende ogni foto una summa tecnica della giustezza della visuale, del fuoco, dell'iso. Bisogna passare dunque dalla foto voluta alla foto bianca o completamente nera, sovraesposta o a luce spenta alla foto fatta dietro le spalle casuale non voluta inaspettata e anche indesiderata. O viceversa dalla casualità bisogna dirigersi direttamente alla massima mescolanza di colori o alla loro assenza totale alla luce cosmica del big bang. Arrivare ad un punto zero da cui ripartire per una vitale e inevitabile ricostruzione sinottica della realtà.

"Il libro dell'inquietudine" F. Pessoa

"E io sono così, futile e sensibile, capace di impulsi violenti e coinvolgenti; buoni e cattivi; nobili e vili; ma mai di un sentimento che perduri, mai di una emozione che continui e penetri nella sostanza dell’anima.

Tutto in me tende ad essere poi un’altra cosa: una impazienza dell’anima verso se stessa, come verso un bambino inopportuno; una inquietudine sempre crescente e sempre uguale.

Tutto mi interessa e nulla mi prende.

Seguo tutto sognando sempre; fisso le minime contrazioni del viso di colui con cui parlo, colgo le intonazioni millimetriche del suo modo di dire; ma nell’udirlo, non lo ascolto, penso ad un’altra cosa,  e quello che meno ho colto della conversazione è stata la nozione di ciò che è stato detto, da parte mia o da parte di colui con  cui ho parlato."