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“C'erano troppe cose nella vita di cui avevamo paura, ma non avremmo dovuto. Bisognava soltanto vivere.”  Ivo Andrić

Da una semplice citazione, da parte di  un’amica, di uno scrittore jugoslavo a una foto della  “mia” Marifé.  Prima di questo viaggio settembrino in moto per l’Andalusia avevo paura, come non averne? Una paura imprecisata, vaga, nata forse dall’abitudine alle azioni ripetute e ormai certe o paura dello spostamento di questo ammasso di polvere  che sono in un angolo di universo lontano dal mio angolo ma poi si parte e lentamente mi accorgo che non aveva senso e che non avrei dovuto avere paura…bisognava soltanto vivere. A Siviglia, uscito dalle strade segnate sulle cartine pieghevoli degli ostelli, quelle in cui incontri il flusso compatto dei turisti in pantaloncini e scarpe comode, quelle per capirci costellate di ristoranti a menu fisso e negozietti di chincaglieria made in china, incontro questa vecchietta sorridente che mi saluta e mi attira con una domanda; è seduta sul davanzale di una finestra dalle persiane chiuse e sorride a tutti quelli che passano, salutandoli con parole gentili anche quando non li conosce. E allora parla ed è felice come una bambina a cui hanno regalato una nuova bambola perché capisco la sua lingua, le sue parole  e mi racconta di una Siviglia passata, di una donna bellissima che adesso ha 93 anni. L’ascolto e la guardo negli occhi  pensando che se esistono donne così, bisogna non avere paura di vivere. D’improvviso mi dice che desidera che le faccia una foto e che mi scriverà perché io possa spedirne una copia; e allora ecco ho scattato e ho preso un po’ della sua anima, spero solo che lei ne abbia presa un po’ della mia.

 

 

  

 

 

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"Il libro dell'inquietudine" F. Pessoa

"E io sono così, futile e sensibile, capace di impulsi violenti e coinvolgenti; buoni e cattivi; nobili e vili; ma mai di un sentimento che perduri, mai di una emozione che continui e penetri nella sostanza dell’anima.

Tutto in me tende ad essere poi un’altra cosa: una impazienza dell’anima verso se stessa, come verso un bambino inopportuno; una inquietudine sempre crescente e sempre uguale.

Tutto mi interessa e nulla mi prende.

Seguo tutto sognando sempre; fisso le minime contrazioni del viso di colui con cui parlo, colgo le intonazioni millimetriche del suo modo di dire; ma nell’udirlo, non lo ascolto, penso ad un’altra cosa,  e quello che meno ho colto della conversazione è stata la nozione di ciò che è stato detto, da parte mia o da parte di colui con  cui ho parlato."