Madrid semplicemente

 

Appena arrivato a Madrid in metro nel sedile accanto al mio, una ragazza ma con l'aria da adulta con lenti spesse e montatura di metallo, dopo essersi seduta e avere ripreso il tragitto dei propri pensieri, si rivolge alla vicina dicendo con un filo di voce: “que pena ser pobre!” e sospira, la conoscente se lo fa ripetere non capisce subito e lei lo scandisce più lentamente e segue un sospiro più lungo del precedente. Eppure viaggio in una Madrid allegra, pulita, ordinata che sembra accoglierti nella sua mollezza.

 

La punta di ferro di un ombrello ritmicamente batte sul selciato ancora bagnato e conta i secondi e la solitudine chiassosa dei passanti mentre esco dal grosso portone di legno. Una coppia in là con gli anni passeggia intirizzita sotto la pioggia, lei con la lunga gonna canta per lui come una ragazzina e lui la cinge e sorride mentre la conduce diritta proprio come si fa con le bambine, nell'altra mano tiene l'ombrello ancora bagnato pronto a riaprirlo quando riprenderà a piovere, per ripararla, per ripararsi.

 

Fuggendo dal vento freddo che rendeva le piccole gocce di pioggia efficaci come pallini di una cartuccia, mi sono nascosto in un angolo vicino a Plaza Mayor e riparato in un locale vecchio e allestito alla vecchia maniera, in legno verde e buio ma con decine di prosciutti appesi e lì seduto al bancone come un madrileño il banconista ha notato la mia borsa piena di stemmi delle città visitate soprattutto in Spagna e qualche riferimento alla mia provenienza italiana, in particolare modo lo stemma di Palermo; servendomi un caffè espresso, assai raro da queste parti, ha incominciato a parlare della sua famiglia e di Buenos Aires e ho scoperto che proveniva dal barrio di Palermo che ci aveva vissuto per 14 anni e che la madre lo stava ancora aspettando; dovevo assolutamente visitare quel luogo a suo dire, solo così avrei potuto trovare il vecchio spirito italiano. Mi ha raccontato del suo matrimonio e poi della separazione e della donna che era andata via con un basco e della quale non sapeva adesso più nulla e nel frattempo mi serviva un altro caffè come simbolo di amicizia ma con disinvoltura e delicatezza e continuava a fare il suo lavoro nella penombra mentre il vento freddo entrava dalla porta spalancata insieme a qualche goccia di pioggia, una porta tenuta così per fare entrare i clienti insieme alla fortuna ma c'ero solo io al bancone e forse un paio di avventori, dietro la vetrata alle mie spalle, invisibili e silenziosi mentre due cuochi nella finestrella della cucina a sinistra ingannavano il tempo muovendosi indaffarati e facendo più rumore dei clienti. Dopo essermi riscaldato il corpo e il cuore, pago il caffè e salutando con parole che per me hanno ancora qualcosa di speciale e sinfonico, riprendo il mio viaggio in silenzio, in attesa, cercando di ascoltare, di sentire, di vivere e se possibile di capire.

 

"Il libro dell'inquietudine" F. Pessoa

"E io sono così, futile e sensibile, capace di impulsi violenti e coinvolgenti; buoni e cattivi; nobili e vili; ma mai di un sentimento che perduri, mai di una emozione che continui e penetri nella sostanza dell’anima.

Tutto in me tende ad essere poi un’altra cosa: una impazienza dell’anima verso se stessa, come verso un bambino inopportuno; una inquietudine sempre crescente e sempre uguale.

Tutto mi interessa e nulla mi prende.

Seguo tutto sognando sempre; fisso le minime contrazioni del viso di colui con cui parlo, colgo le intonazioni millimetriche del suo modo di dire; ma nell’udirlo, non lo ascolto, penso ad un’altra cosa,  e quello che meno ho colto della conversazione è stata la nozione di ciò che è stato detto, da parte mia o da parte di colui con  cui ho parlato."